Filmografia


Stefano Calvagna a soli trent’anni è stato definito da Gian Luigi Rondi, uno dei maggiori critici cinematografici italiani, il “Quentin Tarantino italiano”.
Nato a Roma, Calvagna ha iniziato il suo percorso di formazione cinematografica giovanissimo negli Stati Uniti, studiando prima recitazione all’Actor’s Studio di New York e poi regia a Los Angeles, dove ha lavorato come assistente alla regia per la serie televisiva “Beverly Hills 90210”.
Tornato in Italia, ha diretto per la televisione tedesca “Viaggio a Livorno” con Lorenzo Flaherty, esordendo così come regista per il genere fiction.

Nel 1999 firma il suo primo lungometraggio “Senza paura”, vero e proprio ‘pulp’ all’italiana, vincitore del Premio De Sica – Festival di Salerno (2000) e della ‘Sezione giovani’ al Festival Australiano (2001).
L’intento di Calvagna era di mostrare come vivono “dall’altra parte”: «In tutti i film vediamo la polizia ma non sappiamo come vivono loro, i rapinatori. Li vediamo per tre minuti, il tempo di sparare, scappare o morire. Sono solo comparse del contesto poliziesco, non sappiamo cosa leggono, chi amano, non ci rendiamo conto che il mondo del bandito è simile a quello del ragazzo della porta accanto».
Critica su www.cinematografo.it di Enrico Barracco: “Un film duro, un pugno nello stomaco, la prima vera pellicola di cronaca nera prodotta in Italia dagli anni ‘70. Immagini crude che rimandano ai film di Quentin Tarantino. Una storia raccontata con una sincerità disarmante: la realtà dei fatti non viene edulcorata, nessuno spazio per le favole. D’altra parte, il lieto fine esiste solo al cinema. E ‘Senza paura’ non è un film: è un racconto di vita”.

Nel 2000 produce il suo secondo film, “Arresti domiciliari”. Dice Calvagna: «Mentre “Senza paura” è un film classico d’azione, il generale che fa cassetta, con questo film ho voluto dimostrare che, pur essendo giovane e alle prime armi, sono in grado di fare anche cinema di spessore. E’ stato una sorta di saggio di me stesso e delle mie possibilità creative». Regista, protagonista e sceneggiatore della storia, che dagli intrighi di spionaggio passa alla parodia degli stress quotidiani. Questo film mostra come Calvagna sappia muoversi su più di un piano e che non ama cristallizzarsi. «Si tratta di una tragicommedia -afferma il regista- una commedia teatrale in tre atti con tanto di didascalie; girata al 90% in interni, in una casa dove prevalgono, insieme all’amore, tematiche sociali come ad esempio l’identità sessuale: la psicologa che vuol dare lezione di comportamento morale è lesbica, gli zii d’America che vogliono rappresentare i valori familiari sono gay. Viene posto l’accento su identità sdoppiate. La protagonista femminile fa la dogsitter, mentre il padre è agli ‘arresti domiciliari’, titolo del film.

Dopo una parentesi televisiva che lo ha visto dirigere le riprese della soap “Vivere”, ha diretto e interpretato “L’uomo spezzato” (2005), un film coraggioso, in cui Calvagna veste i panni di un professore di scuola accusato di atti di pedofilia nei confronti di una sua alunna; si scoprirà che la ragazza ha inventato tutto e il professore verrà scagionato, ma rimarrà comunque un uomo segnato anzi, parafrasando il titolo, ‘spezzato’. In questo film Calvagna sottolinea la disattenzione dei genitori verso i figli, la forza che i giovani hanno nel manipolare la verità conducendola su binari ben lontani dall’oggettività e la potenza dei mass-media che, alterando l’informazione, sono in grado di screditare una persona senza poi riuscire a riscattarla con la stessa efficacia. Vincitore della Fibula d’Oro e del 1° Premio al Telesia Film Festival (2005), il film ha riscosso un notevole interesse da parte del pubblico.

Nello stesso anno Calvagna ha realizzato in Thailandia il real movie sulla prostituzione minorile “Viaggio all’inferno”, mentre l’anno seguente il film-documentario “A pugni chiusi a cuore aperto” (2006), sul campione europeo di boxe Vincenzo Cantatore in occasione dell’incontro per la conquista del titolo mondiale. Per la prima volta vediamo un pugile impegnato non solo sul ring durante la fase di combattimento, ma anche nella vita quotidiana: un marito premuroso e attento con la moglie, dolce e sensibile nei confronti della figlia. Finalmente entriamo nella vita di un uomo che vive per la sua famiglia ma anche per una passione in cui crede “il pugilato”, uno sport che lo obbliga a porsi nei confronti del suo avversario in atteggiamenti spesso freddi, riflessivi, violenti e aggressivi, a differenza del suo vero modo di essere.

A marzo del 2005 presenta “E guardo il mondo da un oblò”, una poetica e divertente commedia sul bisogno d’amore e sulle paure che la responsabilità e le conseguenze di certe scelte suscitano in noi. La storia vi introdurrà all’interno di un microcosmo curioso ed intrigante, sui valori della ricerca come un faro nelle tempeste della vita, consapevole di accettare la capacità di convivere con i propri limiti. Come canta Gianni Togni in Luna, colonna sonora del film: “Son pieno di contraddizioni che male c’è, adoro le complicazioni fanno per me, non metterò la testa a posto, Mai…”

Con “Il lupo” (2006), liberamente ispirato alla vera storia di Luciano Liboni, Stefano Calvagna ripercorre le tappe di una vicenda di cronaca nera che ha tenuto col fiato sospeso milioni di italiani. «Tutto ebbe inizio nel 2004 quando Liboni passò sul set del mio film “L’uomo spezzato”», spiega il regista. « L’ho visto ma non ho realizzato subito chi fosse. Stavamo girando, mi fece: “Scusi, se mi metto qui do fastidio?”, e si fermò. …Dieci giorni più tardi fu ucciso. Da quel momento mi sono dedicato alla sua storia e alla sua…latitanza». L’intento del regista è quello di raccontare la storia di un cane sciolto, malato ed emarginato, che mangiava e dormiva tra i barboni della stazione Termini; una sorta di condannato a morte, senza però prendere le difese dell’omicida che meritava l’ergastolo per le sue gesta crudeli e spietate. «Un film verità-continua Calvagna- un viaggio a ritroso duro, in cui si racconta di un uomo epilettico che ha ucciso un carabiniere - quindi un delinquente – e che forse nessuno voleva catturare vivo. Lascerò allo spettatore il giudizio sulla “giustizia giusta” in tempi di condono. Per ora sbatto i fatti sul grande schermo aspettando la risposta».

Nel Luglio 2007 Stefano Calvagna, con “Il Peso dell’aria”, narra la discesa di una famiglia comune verso l’inferno dell’usura. Carlo e Laura Parisi sono una giovane coppia come tante in Italia. Modesto dipendente di un autosalone lui, precaria in cerca di un futuro migliore lei. Quando viene licenziato, Carlo cerca ingenuamente di migliorare l’economia familiare investendo nell’acquisto di una multiproprietà. L’incontro con il vecchio compagno di liceo Stefano Missiroli, torbido gestore di un’ambigua finanziaria, porta Carlo a contrarre un grosso debito, senza rendersi conto di essere finito in un pericoloso giro…di…usura. Quando l’affare della multiproprietà si rivela essere una colossale truffa, Carlo si trova senza denaro e senza speranze, costretto da minacce e violenze da parte della banda criminale ad una fuga disperata. Gli avvenimenti spingeranno Carlo ad acquistare una pistola e ad utilizzarla per vendicare se stesso e sua moglie Laura. Con l’aiuto delle forze dell’ordine Carlo riuscirà a ridare tranquillità alla sua famiglia che rimarrà indelebilmente segnata dalla terribile esperienza. Il film affronta in modo diretto e con toni crudi uno dei problemi più attuali della nostra società. Restituendo ai fatti di cronaca drammaticità e realismo, “Il peso dell’aria” denuncia senza vergogna la logica violenta di chi ruba piccoli sogni per regalare false illusioni.

Nell’Ottobre del 2007 Calvagna presenta “Il Peso dell’aria 2”, che come il primo episodio segue lo sconvolgimento della vita di una famiglia, a causa di un malvivente. A quasi tre anni di distanza dalla violenta esperienza con l’usura, la vita di Carlo e Laura Parisi sembra tornata alla normalità. Carlo gestisce il ristorante di famiglia, mentre Laura è una donna realizzata sia nel lavoro, come avvocato in difesa dei minori, sia come madre di un bimbo di due anni. A minacciare la famiglia torna dal passato l’oscura figura di Missiroli, accecato dalla convinzione che il piccolo Niccolò sia suo figlio, frutto del rapporto che Laura aveva concesso all’aguzzino per saldare il debito contratto dal marito. Il rapimento del bambino spinge Carlo e Laura a intraprendere la via della giustizia privata, il primo con i metodi acquisiti dalla passata esperienza nei Nocs, l’altra con l’appoggio di un’amica, psicologa criminologa. Missiroli è deciso a partire ed allontanarsi dall’Italia, portando con sé il bambino e costringendo Laura a seguirlo. Carlo riuscirà a raggiungere il rifugio del Missiroli grazie alle investigazioni svolte con i corpi speciali. L’ultimo confronto tra Carlo e Stefano porterà alla morte di Missiroli, che inaspettatamente troverà letale l’amore verso il proprio figlio.

L’ultima opera di Stefano Calvagna è “Guardando le stelle”, del 2008, una romantica storia d’amore tra due personaggi affetti da crisi di panico, un problema enigmatico per l’intera società. Mauro è un uomo che tenta di avere una vita normale. Lavora in un’agenzia immobiliare e divide l’appartamento con una donna in carriera. Ben presto il loro rapporto finisce. Le crisi di panico per Mauro non hanno fine e la ragazza non riesce a capirne il motivo. L’unico aiuto proviene dall’amico e collega Luca, che porta Mauro a frequentare dei gruppi di auto-aiuto. Per la prima volta Mauro si sente ascoltato e compreso da persone normali che hanno il suo stesso problema. Mauro durante le sedute di auto-aiuto conosce Anna, una ragazza appena maggiorenne che attraverso la sua dolcezza fa scaturire in Mauro la volontà di cambiare e di raggiungere il suo obiettivo: conoscere la donna che potrà renderlo felice e finalmente partecipe della vita.